Feedback della Prima sessione di Agostino Terranova
Sono onesto: mi stavo letteralmente “contactando” sotto!
Per i fumatori o per i drogati di una qualsiasi cosa: parlo di quella sensazione di mancanza, di quel bisogno di avere la cosa desiderata, ambita, insomma il non vedere l’ora di ricominciare, di ripartire.
E’ come essere partito per un lungo viaggio che ti costringe alla lontananza dalla tua donna o dal tuo uomo e, al ritorno, sei febbricitante di passione, non sai da dove cominciare ma cominci e poi….bhe i dettagli me li tengo per me ma credo abbiate capito!
Lo sappiamo, il corpo ha una sua memoria e se gli fai fare qualcosa che gli piace non solo lo ricorda ma attiva una serie di imput che ti fanno capire che ne vuole ancora e questo è quello che mi accade per l’esperienza con il theatre contact, scoperto l’anno scorso con Manuela e che ho deciso di continuare a portare avanti in questo nostro progetto nel progetto, l’associazione, un sogno ambito, che richiederà un enorme impegno e non parlo solo dell’aspetto attoriale.
Ma come tutti i sogni, per realizzarsi, deve essere nutrito.
La mia immagine, forse poco romantica ma è la mia, vede nel sudore, nel dolore muscolare, nella stanchezza e nella spossatezza che ci assale alla fine di una giornata come queste che abbiamo appena vissuto, il cibo, il nutrimento per la realizzazione del sogno.
I’m a dreamer!
E che male c’è.
Si, lo sono e mi piace molto esserlo, mi permette di spaziare e di vedere le cose sotto un altro aspetto.
Avete presente la sala degli specchi?
Ecco io deformo la realtà e mi diverto nel farlo, mi diverte scoprire in questo modo nuove forme, nuovi colori, odori ed è per questo che amo l’esperienza teatrale, perché mi permette di giocare, di sperimentare divertendomi.
Quest’anno il testo sui cui lavoreremo è “contenuto” in uno scenario dove il culto del bello, dell’originalità, della stravaganza sono portati all’eccesso, dove il rischio di passare dal “boheme”, dal “dandy” al “chick” è alto, ma possiamo contare su un ottima guida, quale Manuela per me rappresenta, per evitare di inciampare e cadere….
E quale tavola potrebbe meglio essere imbandita per degli aspiranti attori come noi, come quella che offre il Ritratto, quale scenario contiene così tante possibilità di sperimentare, di lasciarsi andare, di stupirsi e stupire, di scoprirsi affascinanti o riluttanti, innamorati o pieni di odio al punto tale di arrivare alla morte, degli altri e di se stessi.
La mia immaginazione è letteralmente travolta da questo testo, già dal primo giorno di seminario, la notte ho cominciato a ricevere le prime “visite” dei fantasmini che il lavoro giornaliero ha creato o semplicemente richiamato andandoli a ridestare da un leggero assopimento….
Ognuno di noi ha il suo personaggio preferito, quello a cui si sente più vicino, quello che in qualche modo lo rappresenta o che rappresenta un idea di come ci piacerebbe essere (ed ecco ancora che entra in ballo l’immaginario!), quello che alla prima o all’ennesima lettura, trasmette delle emozioni, capace di farci ridere o piangere, quello che tocca delle corde particolari che sono poi quelle che noi, come attori, dovremmo andare a ricercare negli altri.
Ma per poter arrivare agli altri bisogna prima di tutto scoprire se stessi e questo testo ci da una grossa possibilità per farlo.
L’ambientazione, il periodo storico, lo stile di vita, il pensiero che attraversa e permea l’intera storia sono semplicemente straordinari, sono un campo da gioco formidabile, attraversato costantemente dalla vita, in tutte le sue forme.
E cosa facciamo noi in concreto quando saliamo su un palco se non rappresentare la vita?
Se non rappresentare come viene attraversata dal nostro personaggio.
Le emozioni che vive creano la storia che diventa solo un prodotto finale, quasi una conseguenza logica e diretta.
Le vite di tutti si intrecciano in un continuo susseguirsi di avvenimenti che causano ogni volta un cambio di direzione (linfa vitale per noi!), ogni volta un evento nell’evento sino all’epilogo finale che collima con la morte di Dorian e non si tratta dell’unica morte……ma quello che importa è il ribadirsi dei concetti continuamente esposti durante lo svolgimento della storia.
L’affermazione del brutto sul bello (mi ricorda qualcosa!), la bellezza che appassisce inesorabile sotto i duri colpi inflitti dalla lancetta dell’orologio, l’anima che annerisce sotto le passioni brutali e le infime azioni della depravazione dell’uomo, l’amicizia e l’amore che si trasformano in invidia ed odio.
E, ancora una volta, tutto torna!
L’alternanza crea la ciclicità, non lo affermo io questo.
E’ come il giro di valzer che alla fine torna al punto di partenza.
La fine di questa storia, quella di Dorian, è già presentata all’inizio del libro, nel secondo capitolo, è contenuta nelle parole di Lord Henry:
"…. Un giorno, quando sarà vecchio, rugoso, brutto, quando il pensiero avrà segnato di rughe la sua fronte e quando la passione avrà marcato le sue labbra del suo orrendo fuoco, capirà che la giovinezza è l’unica cosa che vale la pena di avere……
Quando la sua giovinezza se ne sarà andata, la sua bellezza la seguirà e allora improvvisamente si renderà conto che non ci saranno più trionfi per lei, oppure dovrà accontentarsi di quei mediocri trionfi che il ricordo del passato renderà amari più di sconfitte…
Degeneriamo in ripugnanti fantocci, nell'ossessione del ricordo di passioni che abbiamo troppo temuto e di squisite tentazioni cui non abbiamo avuto il coraggio di abbandonarci. Giovinezza! Giovinezza! Non c'è assolutamente nulla al mondo, fuorché la giovinezza!"
