Cassandra Contro (e. Il Filo, 2008)


Cassandra Contro è una raccolta complessa in cui l’autrice, Viola Cinti, sperimenta un linguaggio inusuale, denso, a tratti perfino impenetrabile. A sostegno della lettura di questa silloge ci sono delle note in cui Viola spiega il significato dei vari simboli che utilizza e, come una mappa, questa breve legenda è il primo passo verso un viaggio pieno di sorprese. Come quando si visita un paese che non si conosce, al di là della lingua o del dialetto, delle diverse tradizioni, abitudini, usanze, è possibile (ed è bello) abbandonarsi all’ignoto, è bello finanche perdersi laddove non avere una meta (o pregiudizi, schemi interpretativi, idiosincrasie) significa altresì godersi il paesaggio, scoprire casualmente qualcosa di sé e degli altri. Similmente questa raccolta può, in prima istanza, somigliare a una scrittura “straniera” (i simboli, il ricorso ad altre lingue, la stessa complessità della struttura narrativa confortano questa considerazione), ma perdersi in essa è così appetibile (e così straniante) che passa in secondo piano qualsiasi diffidenza, qualsiasi paura. Sì poiché, per quanto affascini, l’ignoto, il diverso, l’altrove, è anche simbolo, archetipo di dannazione, pericolo, rischio, ma come la Cassandra del titolo – nota per il dono della preveggenza di eventi tutt’altro che positivi – Viola Cinti ama la verità, anche quella che spaventa o atterrisce, sia essa profezia del futuro, sia essa presente o memoria sospesa.
"Lunghe code si sframmentano per le strade dei miei pensieri e affannate lune scivolano nel tardo impero delle mie certezze. La mente vacilla”.

La verità è una scelta. Le conseguenze che ne derivano, una circostanza scomoda. E' un gioco di ruoli di fronte al quale la natura umana è sciatta e bislacca. E se Cassandra fosse stata in grado di mentire?